I Giardini Incantati di Andrea Pazienza (Renato
Barilli)
Siamo tutti persuasi dell'importanza che le cosiddette "arti minori" hanno
raggiunto, nel corso del secolo, rispetto alle arti reputate "maggiori", come la
pittura e la scultura. L'affiche pubblicitaria, il fumetto, il cartone animato e infine
l'ultimo nato in questa ricca famiglia, cioè il videogame, l'immagine elettronica
elaborata con l'aiuto della computer graphic, sono andati all'attacco ed hanno strappato,
lembo a lembo, il dominio del campo alla pittura.
C'è anzi da chiedersi se ormai le sorti della figurazione, il narrare volti, storie,
fatti di cronaca, non siano interamente nelle loro mani, e se la pittura, la ricerca
apparentemente "maggiore" e più impegnata, non si trovi costretta a ricalcare
le strade già aperte dalle concorrenti. Se l'arte contemporanea ha scelto per
l'astrazione, rinunciando quasi al completo al tradizionale naturalismo, cioè in
sostanza alle immagini verosimili, "fotografiche", lo si deve per gran parte
all'impatto che ebbe su di essa, già sul finire del secolo scorso, il cartellonismo
pubblicitario.
Toulouse-Lautrec funzionò proprio come strumento di conversione, come abile
trasportatore dei precetti dell'affiche, a cominciare dalla sintesi, dal contorno scarno e
filante, nei territori della buona pittura. Ancora prima di lui, Gauguin e Seurat avevano
avuto la medesima intuizione e si erano affrettati a "salvare il salvabile".
Dobbiamo infatti rivedere il giudizio su di loro: non si tratto' di spericolati
innovatori, ma di artisti attenti che adeguavano i loro mezzi tecnici alle grandi svolte
della figurazione di massa che stavano sopraggiungendo appunto la sagoma piatta,
stilizzata, o addirittura il retino. Ecco perchè da allora cartellonisti, fumettisti;
cartoonisti non inseguono le mosse dell'avanguardia artistica; bensì le precedono, e
comunque si muovono con maggiore legittimità e sicurezza.
Del resto la Pop Art degli anni Sessanta è stata il grande atto di resa, in cui la
ricerca cosiddetta "pura", disinteressata, ha riconosciuto di non poter fare a
meno di un rapporto organico, osmotico con i mass media "popolari". Oppure
all'arte resta un'altra possibilità di andare alla ricerca di forme autonome (meglio
dirle "concrete" piuttosto che "astratte"), o di praticare montaggi,
assemblaggi, installazioni. Se insomma l'arte rinuncia a trattare le figure, ritrova
immediatamente un margine autonomo di manovra: come è accaduto attorno al 1968, quando si
sono imposte le ricerche di ambiente e di comportamento.
Ma poi scatta inevitabilmente un ciclo di segno contrario, come è avvenuto tra il '74
e l'84, e l'arte tende a rientrare nei vecchi termini dell'esercizio figurativo; pero' in
tal caso fumetti e immagini pubblicitarie sono già lì, pronte a ristabilire il loro
influsso. Quel decennio "implosivo" fu caratterizzato, almeno in ambito
italiano, dal sorgere di tre indirizzi: Nuovi-nuovi, Anacronismo, Transavanguardia;
ebbene, in qualche modo ciascuna di quelle scuole dovette rifare i conti con le immagini
scarne, stilizzate, incantate della grande famiglia mass-mediologica. In sostanza, i
fumettisti, anche in quella situazione, si trovarono a muoversi da posizioni di vantaggio,
rispetto ai colleghi impegnati nelle ricerche "pure".
Se ciò è vero per ogni fumettista di quell'ondata, lo è in particolar modo per
Andrea Pazienza, in quanto egli occupava uno spazio più vasto degli altri ed aveva molte
più carte nel suo mazzo. Gli possiamo infatti riconoscere, fondamentalmente, il dono del
polistilismo; una ricchezza di maniere ben attente a non depositarsi nella cifra, nello
stereotipo, ma anzi a scivolare via via verso posizioni contigue, in un ben calcolato
periplo, che magari periodicamente ritorna al luogo di partenza, ma dopo un percorso
intricato e ricco di varianti. Se vogliamo comprendere un simile periplo, stenderne per
così dire la carta di navigazione, che corrisponderà sicuramente a un "navigar
pittoresco", potremmo prendere le mosse da un'immagine centrale redatta in termini di
affocato espressionismo.
Al centro di molte storie di Pazienza sta infatti una specie di "ragazzo di
vita" di pasoliniana memoria, ben in carne, di fisionomia forte, naso adunco e
rapace, zigomi sporgenti, capigliatura aggressiva e invadente. Ma niente paura, non siamo
certo in presenza di una nostalgica riedizione delle lontane stagioni del neorealismo.
Infatti attorno a questa solida presenza scattano subito dei moti di compenso che la
alleggeriscono e la trasportano su un terreno di eleganze estenuate. Quel giovane, proprio
per la sua trasandatezza impetuosa in genere si presenta con la barba di qualche giorno il
che rientra nei suoi connotati di aggressività popolana.
Solo che quei peluzzi di barba, disseminati sul mento e sulle gote, si mutano in un
pattern decorativo, in un sottile pulviscolo che, alla lunga, intacca, corrode la
prestanza massiccia del volto; da immagine dura e forte, questo declina in tal modo in
immagine debole e soffice, ingentilita, perfino ricamata: come se venisse trattato,
oltretutto, non con i segni spavaldi dell'inchiostro, ma con una sorta di tecnica
fotografica solarizzante.
Del resto, il motivo istoriato della barba non è l'unico a "tradire" il
maschilismo oltracotante del protagonista: provvedono a ciò anche i capelli mossi e
agitati, che oltre un certo punto, divengono anch'essi un fine elemento
grafico-decorativo; cessano di appartenere a un codice di insolente baldanza carnale, per
entrare in quello della sofisticazione: come se questi giovani indossassero dei toupet,
dei parrucchini artificiali, per rendersi meglio adatti a qualche festa o festino o
cerimonia dei tempo libero. Insomma, la figurazione di Pazienza è tramata come da un
fitto sistema di filigrane, di tessuti piliferi che la solcano per ogni verso, e in
sostanza la invischiano in un abbraccio paludoso, fino a impegolare lo scatto
tridimensionale dei corpi. Questi vorrebbero emergere, in una prepotente vena di racconto
degna dei buoni tempi antichi, ma possiedono troppe "quinte colonne" al loro
interno, a cominciare appunto dai peluzzi della barba e dalie chiome aggrovigliate.
Elementi, tutti questi, che non nascondono certo la profonda simpatia che li lega a tante
altre occasioni di tracciare tessuti; sarà la pavimentazione di morbidi batuffoli forniti
da un cielo nuvoloso, o dalle volute di fumo che si levano da una sigaretta, o dai pattern
che percorre le ali di un vampiro gigante. Per non parlare degli elementi che danno il
nome al genere stesso coltivato con tanta perizia dal nostro autore, i fumetti; che sono,
questi, se non occasioni di ricamo ulteriore, di fioritura della pagina.
Scopriamo in ciò la profonda saggezza dei fumetti, che intendono assicurare un ponte
tra parola ed immagine, sanando la ferita prodotta dalia cultura "moderna", al
momento in cui si impose la fatale macchina di Gutenberg, la tipografia, la quale, come un
angelo del Giudizio finale, pretese di convogliare da una parte le parole, obbligandole a
indossare la veste stereotipata dei "caratteri", dall'altra le immagini. Fu il
grande divorzio, che i migliori autori del nostro ciclo contemporaneo cercarono di
rimarginare: a cominciare da William Blake, grande padre di tutte le soluzioni dei nostri
giorni, che si affaticò per ristabilire la convivenza, sulla stessa lastra, delle
espressioni letterarie e di quelle figurative e là soluzione trovata dall'incisore
inglese fu proprio di trasformare la lastra in una sorta di pianta organica, flessuosa,
fronzuta, pronta ad ospitare le parole così come gli alberi ospitano tra i loro rami i
nidi degli uccelli.
Pazienza è degno di tanto padre, in quanto anche lui fa fiorire la pagina, come un
abile giardiniere che semina qua e là le giuste semenze, traendone erbe, fiori, ortaggi,
secondo una calcolata strategia. o si potrebbe ricorrere .anche alla similitudine con le
tecniche di tatuaggio, che incistano nelle epidermidi tanti piccoli nuclei puntiformi; il
racconto cresce in modo discontinuo, atomistico, ma ottiene una sua consistenza
indelebile: tenuto tutto in superficie, privo di spessore, eppure da quella pellicola
esteriore nessuna forza al mondo riuscirà più ad estirparlo.
Naturalmente, il fumettista è anche, e in primo luogo, uri narratore, tenuto cioè a
sottostare a un'economia di racconto, il che lo obbliga a contenere, il più delle volte,
l'esuberanza di immagini e di motivi decorativi cui si sentirebbe portato. Così si dica
anche di Pazienza; infatti la vasta produzione che egli ci ha potuto lasciare, anche se
solo in un decennio scarso di attività, prima della morte precoce intervenuta nell'88,
può essere appunto distinta in due gruppi: ci sono gli album in cui la sua vena fastosa e
lussureggiante è sacrificata a un passo più stringato; diciamo che in tali circostanze
il suo linguaggio scende al livello di una scrittura "demotica", per usare lo
stesso termine cui si ricorreva al tempo degli Egizi, appunto per indicare le occasioni
che richiedevano il ricorso a una grafia utilitaria, quindi povera .e scarna.
Ma poi c'erano i giorni, le occasioni della festa e del mito, e allora veniva buono il
solenne, pomposo, gonfio geroglifico; che è esattamente quanto succede nell'economia del
fumetto: anche questo conosce le occasioni in cui vale la pena di "mettercela
tutta", dove cioè si richiede un uso particolarmente insistito della fantasia,
dell'esuberanza di immagine e allora in questi casi si manifesta il. Pazienza grande
decoratore simile a un giardiniere che coltiva preziose e mai viste orchidee, facendole
crescere attraverso innesti audaci mai tentati prima. Il foglio diviene come un epidermide
organica vivente, reattiva, entro cui inoculare mille picchiettii, mille germi, per
vederli poi proliferare, sciamare liberamente nello spazio, stringere tra loro tenaci
alleanze.
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